Al termine del viaggio in bus di 12 ore che da Santiago ci portò a Puerto Montt sembrò di essere stati catapultati in un altro paese. Il paesaggio attorno a noi si era trasformato completamente.
Dopo 2 settimane di deserti ci trovammo circondati da panorami di tutt’altro tipo: campi verdissimi ondulati in dolci colline, foreste di altissimi alerce (cipressi patagonici), laghi e fiordi di un azzurro intenso e le vette dei vulcani innevati che si riflettevano sulle acque.
Un’atmosfera di armoniosità e ordine che sembrava di essere in Svizzera, Inghilterra e Scandinavia tutte assieme.
Invece eravamo sempre nello stesso paese, il Cile, una lunghissima striscia di terra che regala al viaggiatore tutti gli scenari immaginabili, assorbendolo nella sua natura infinita e selvaggia.
Arrivati al terminal dei bus comprammo subito il biglietto per la nostra meta in quella zona, la Valle di Cochamò. Dopo un po’ di attesa sul bel lungomare, nel primo pomeriggio salimmo sul piccolo bus che ci avrebbe portato al villaggio all’inizio della valle.
A differenza dei comodi pullman per lunghe distanze, questo sgangherato pulmino si riempiva oltremodo di persone e bagagli, fermava ogni volta che qualcuno a lato della strada segnalava di voler salire e faceva scendere ovunque a richiesta dei passeggeri.
Questi erano tutti abitanti delle campagne, vestiti con abiti da contadini e con il colore scuro della pelle per il lavoro al sole e all’aria aperta.
Era come essere su uno dei tantissimi bus che avevo preso in Asia nei miei precedenti viaggi, e questo collegamento mi diede una particolare eccitazione che mi faceva sentire di essere in viaggio verso una destinazione speciale.
L’autista, con un’orrenda mano da cui spuntavano i fili delle cuciture applicate su una larga ferita, guidò per oltre due ore su una strada lenta e spesso interrotta per lavori, prima asfaltata e poi sterrata pian piano che ci allontanavamo da Puerto Montt.
Quando entrammo nel fiordo su cui si affaccia il villaggio, non capii subito che quello era il mare.
Inizialmente pensai che stessimo costeggiando un lago, un enorme specchio d’acqua dalle cui sponde salivano imponenti montagne imbiancate di neve, circondato da prati dove i cavalli pascolavano liberamente. Ma dopo aver consultato la cartina ed essermi orientato, capii che quello era l’oceano! Incredibile!
Arrivammo al villaggio di Cochamò, un piccolo abitato con qualche negozio alimentare, una manciata di guest houses per turisti, isolate casette colorate di rosso, azzurro, giallo e verde e, sulla riva, una bella chiesa dal colore scuro, in perfetto contrasto con il blu dell’oceano.
Scendemmo 5 chilometri dopo il paese, oltre un ponte sul fiume, da dove prendemmo un sentiero che, attraversando i campi di una fattoria e superando un altro ponticello sospeso in stile “nepalese”, ci condusse al Campo Aventura.
Sistemammo la tenda sul soffice prato, mentre facevamo conoscenza con il gestore del posto, Mike, un americano sulla quarantina che lavorava lì da qualche stagione dopo aver girato mezzo mondo tra montagne e fiumi, appassionato di sport outdoor e amante della vita in natura.
Una persona veramente disponibile e pronta a fornirci informazioni sulla zona, una di quelle con cui ci faresti assieme una gita di qualche giorno per sentire tutte le sue storie di avventure e viaggi!
Oltre a noi c’era solo una coppia di americani di Atlanta (che loro pronunciano “Atlaaana”, cosa per cui ridiamo ancora ora!) in viaggio di nozze, arrivati anche loro da poco. Furono molto gentili nel darci un passaggio fino al paese con la loro macchina a noleggio, dove facemmo scorte di cibo per il trekking che avremmo iniziato il giorno dopo, caricandoci a dovere di gallette, formaggio locale, miele, zuppe liofilizzate e scatolette varie.
La sera la passammo insieme, sorseggiando buon vino e raccontandoci le nostre storie sotto un cielo stellato che era un puro incanto.
L’indomani ci svegliammo con calma e, dopo aver preparato lo zaino e lasciato della roba in custodia a Mike, partimmo per il trek verso La Junta, distante diciotto chilometri nell’interno del fiordo.
I primi otto, una noiosa strada sterrata che andava a finire contro l’inizio della foresta, li evitammo quasi tutti facendo autostop e venendo caricati da una coppia di inglesi con il loro pick up.
Poi iniziò l’infinita camminata.
Io sono uno che ama camminare in natura, e penso che questo lo si capisca facilmente, ma quel giorno dovetti prendere forze da tutta questa passione per raggiungere la meta..
Il sentiero era completamente immerso nella fitta foresta, la quale molto raramente lasciava uno spiraglio di cielo, panorama e luce e che manteneva tutto umido e bagnato tanto che il terreno era un susseguirsi di pozzanghere e distese di fango una dietro l’altra.
Bisognava fare gli equilibristi per non rimanere impantanati mentre si cercava la via migliore da seguire in quel groviglio di alberi, tronchi abbattuti e cespugli che nascondevano sempre qualche insidia.
Il tutto per cinque ore e con uno zaino da 20 chili pieno di provviste ed equipaggiamento per 3 giorni!
Ma finalmente arrivammo alla spianata in mezzo a quella foresta infinita, dove si trova “el Refugio”, una piccola struttura gestita da una vecchia montanara e un ragazzo argentino che vive in quel solitario posto da quattro anni.
Noi piazzammo la tenda nel prato dall’altro lato del fiume e, dopo un meritato aperitivo di fine trek, ci sdraiammo per ammirare il panorama attorno a noi : eravamo circondati da montagne che si elevavano per centinaia di metri, formate di pura roccia che creava al loro interno dei giochi di luci e ombre da farti perdere il cervello. Ovunque ci girassimo c’era una parete su cui fantasticare vie di arrampicata così come immaginarsi bizzarre forme come se fossimo sotto effetto di allucinogeni, ma invece era solo la magia di quel posto, guadagnato dopo un culo notevole, che entrava dentro di noi e ci ricaricava di energia pura.
Purtroppo il giorno dopo il tempo non fu bello, con le nuvole basse e anche qualche goccia di pioggia.
Dopo l’infinita camminata del giorno prima non avevamo voglia di farci altre ore su per sentieri senza la ricompensa del panorama e così cambiammo il piano iniziale (esplorare le montagne) con quello di goderci semplicemente la pace e la tranquillità del luogo, girovagando nei dintorni e rilassandoci in un posto perfetto!
Ero anche curioso di incontrare qualche scalatore per sentire delle impressioni sulle vie di arrampicata, siccome avevo letto che la Valle di Cochamo è uno dei posti più incredibili del Chile dove cimentarsi su severe pareti di roccia verticale. Lo chiamano Yosemite del Sud America e, anche se ho solo visto foto e video del parco nordamericano, devo dire che questo posto non ha niente da invidiare al suo cugino “gringo”!
Oltre a noi c’erano solo due ragazze tedesche, sorelle, che erano arrivate da qualche giorno proprio con l’idea di scalare alcune di quelle pareti.
Purtroppo, nonostante fossero arrampicatrici con una certa esperienza, non riuscirono a fare molto, sia per il tempo molto instabile che per la difficoltà delle vie. Ma questo non le disturbava più di tanto e si godevano anche loro la bellezza della valle di Cochamo.
Su quelle pareti la scalata è di tipo tradizionale, quindi senza chiodi già piantati ma da proteggere durante la salita con attrezzi tecnici da incastrare nelle fessure della roccia (friends, nuts), il che rende il tutto molto più difficile se paragonato ad una via dello stesso livello ma già chiodata (arrampicata sportiva), realtà dalla quale invece loro provenivano (come anche il sottoscritto).
Certamente si tratta di pareti che richiedono un’esperienza notevole, un’ottima tecnica e padronanza nell’utilizzo delle protezioni veloci! Sicuramente ancora troppo in là per il mio livello ma spero un giorno di tornare e provare a salirci…magari scegliendo un percorso diverso per arrivare alla loro base ed evitarmi i chilometri di fango e giungla!
Il giorno successivo il tempo non prometteva ancora nulla di buono e per noi era giunto il momento di tornare indietro perché l’indomani saremmo dovuti essere già a Puerto Montt, per salire sulla barca che ci avrebbe portati a Puerto Natales, nel sud del Cile.
Dopo esserci motivati per bene riprendemmo il maledetto sentiero nella foresta che però questa volta ci sembrò (non so per quale motivo) più corto e così, in meno tempo del previsto, ci trovammo di nuovo all’inizio della strada sterrata. Un passaggio in autostop sul camion dei lavoratori che la stavano sistemando, ci risparmiò ancora una volta quasi tutto quel noioso pezzo.
Recuperato il resto della nostra roba da Mike aspettammo un po’ a bordo strada (in compagnia delle due ragazze tedesche che erano arrivate quasi con noi…ma a cavallo!) prima di salire nuovamente sullo sgangherato bus per la civiltà.
Il panorama del fiordo ancora una volta ci scorreva davanti, mentre ne rimanevamo incantati con la faccia stanca spiaccicata contro il finestrino del pullman. Un primo assaggio delle famose montagne cilene lo avevamo avuto, anche se non le avevamo esplorate secondo i nostri piani iniziali.
Non sempre quello che programmi di fare può realizzarsi e questo fa parte del viaggio. Ma quando ti trovi in dei posti speciali con persone che lo sono altrettanto, ogni cosa è vissuta con piacere e intensità. Anche se non raggiungi la meta, non importa perché, come molti dicono giustamente, lo scopo del viaggio non è la destinazione ma il viaggio stesso.
Testo e foto di Giorgio Basile, Verticalife
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