Dopo 3 intense giornate nel deserto di Atacama era giunto il momento di prendere la via verso Sud.
Il noleggio della nostra Chevrolet Spark stava per scadere ed in pochi giorni saremmo dovuti ritornare a Santiago per riportarla a Jesus, il simpatico ragazzo della concessionaria dove avevamo affittato la macchina. Avevamo ancora 1800 km da percorrere e alcune località da visitare lungo il viaggio, per sfruttare fino in fondo quella piccola city-car che forse, prima di allora, non si era mai spinta così lontano.
All'alba del 19 Novembre ci risvegliammo quando il sole iniziava a scaldare il nostro hotel outdoor 5 stelle, il campo improvvisato nella magica valle di Catarpe, a pochi metri dal sito archeologico del Pukarà de Quitor.
La routine del mattino, davanti a panorami che ci facevano credere di essere ancora nel mondo dei sogni, era oramai consolidata : colazione con porridge e caffè, lavaggio di corpo e stoviglie, impacchettamento degli zaini, smontaggio della tenda, la scelta della colonna sonora della giornata e via a macinare kilometri alla scoperta di qualche nuovo posto in cui perderci!
Per tornare verso Calama prendemmo la strada alternativa che passava ai piedi dei vulcani dell'altopiano di Atacama, in direzione del villaggio di Caspana.
Allungammo di un paio d'ore rispetto alla via più diretta e procedemmo a velocità ridotte perchè salimmo quasi a 4000 metri, ma ancora una volta, ogni chilometro ci regalava delle viste stupefacenti.
In quelle infinite distese desertiche spazzate dal vento, dove soltanto della bassa e robusta erba a ciuffi riesce a crescere, seguendo l'unica strada che si perdeva all'orizzonte contro le faglie dei vulcani e inebriati dall'aria sottile dei 4000 metri, ci sembrava di vivere uno dei migliori documentari della National Geographic!
Per le prime due ore non incontrammo nessuno sulla strada, solo degli altissimi cactus che come torri svettavano dagli aridi pendii delle colline, dei piccoli villaggi abitati dagli atacamenos e qualche laguna popolata da fenicotteri rosa.
Arrivati nei pressi del bivio per i Gayser di El Tatio incontrammo alcune jeep di turisti che tornavano da quel famoso centro geotermico, e poi di nuovo solo noi con la solitudine e la magia dell'altopiano.
Sembrava di essere nella valle incantata di un cartone animato sui dinosauri che guardavo con mio fratello da bambino, e mi aspettavo, da un momento all’altro, di veder spuntare uno pterodattilo che solcava quei cieli dai colori allucinogeni o un "collo lungo" che brucava l'erba vicino ad una laguna!
Raggiunta Caspana, dove sostammo per sgranchire le gambe, continuammo in discesa per Calama, che raggiungemmo verso mezzogiorno. Una sosta al supermarket Jumbo per fare rifornimenti di viveri e poi proseguimmo per Antofagasta.
I 200 km di autostrada nel deserto che ci separavano dalla costa furono come un viaggio nella galleria del vento! La Sparkina veniva sballonzolata a destra e a sinistra, mentre ci facevamo strada tra i giganteschi camion e le trombe d'aria che vorticavano furiosamente attorno a noi. Ma ancora una volta la nostra micro-machine superò la prova ed arrivammo sani e salvi a destinazione.
Una visita al Terminal Pesquero ci portò ad incontrare una coppia di atacamenos sulla cinquantina che sorseggiavano vino e fumavano erba, abbracciati sugli scogli mentre ammiravano il tramonto. Ci invitarono ad unirci a loro e assieme condividemmo quell'inaspettato aperitivo e lo spettacolo del sole che scendeva sul Pacifico, chiaccherando delle nostre vite, dell'amore e della storia del Cile!
La notte la passammo davanti a La Portada, dove avevamo già campeggiato durante il nostro primo passaggio ad Antofagasta nel viaggio di andata verso Atacama.
Al mattino ritornammo al Terminal Pesquero per vedere i leoni marini e i pellicani che venivano a mangiare i resti del pescato che un pescivendolo gettava in acqua, un rituale che avviene ogni giorno. Lì, davanti ad una tazza di Nescafè, incontrammo un simpatico minatore che ci raccontò di suo figlio che vive a Catania, mentre si mangiava, per colazione, un bel filetto di pesce fritto!
Riprendemmo la Panamericana per raggiungere la meta della giornata, Bahia Inglesa, una località di mare dove volevamo passare il pomeriggio a riposarci e ricaricarci.
Ci arrivammo dopo 500 km di strada infinita nel nulla più totale, con la mia pancia che brontolava da ore, una gran voglia di scendere dalla macchina e di passare il resto della giornata senza dover far nulla. Trovammo un campeggio, dove ancora una volta eravamo gli unici ospiti e, dopo una meritata doccia e aver lavato un po' di vestiti, ci rilassammo sulla spiaggia, raccogliendo conchiglie e godendoci ancora un altro bellissimo tramonto sull’oceano.
La sera il ragazzo della reception ci diede le chiavi di uno di bungalow del camping per usare la cucina per preparare la cena, e alla fine, siccome non le rivolle indietro, ci passammo la notte dentro! Il primo letto dopo 11 giorni di tenda e per di più gratuito!
Al mattino, dopo un saluto al sole yogico ed aver recuperato le nostre ciabatte sparse dai cani durante la notte, riprendemmo la strada verso Sud. Procedendo a velocità sostenuta raggiungemmo Vallenar, una tranquilla e verde cittadina nel mezzo del deserto. Ci fermammo nella piazza del paese per sorseggiare due schifossimi caffè, mentre controllavamo le mail e contattavamo gli uffici della Navimag per prenotare i posti sulla barca che la settimana successiva ci avrebbe portato da Puerto Montt a Puerto Natales, in Patagonia. Chiammamo ancora una volta gli uffici del CONAF (Corporación Nacional Forestal) per avere informazioni sulle gite per avvistare i pinguini nel Parco Nazionale di Humboldt, che si trovava a circa 200 km da Vallenar, ma purtroppo non era possibile andarci quel giorno e così decidemmo di proseguire per La Serena.
Riprendemmo la tortuosa strada che avevamo percorso all'andata, ma ora, in discesa, era molto più scorrevole ed arrivammo in città in meno di due ore.
Ci sistemammo in tenda nel giardino di una guest house, gestita da una signora logorroica e fissata con la pulizia tanto da passare la giornata intera a pulire e ripulire tutto quel aveva in casa! Passammo il pomeriggio in relax e la sera ci concedemmo qualche pisco sour in un locale del centro che ricordava il nostro Manhattan di Torino, che sorseggiammo con degli amichevoli ragazzi del posto.
Il giorno seguente, mentre eravamo già in macchina e lontani dalle ansie della signora della guest house, decidemmo di cambiare il piano di viaggio per i prossimi 3 giorni : anzichè andare al Cajon del Maipo, a sud di Santiago, ci dirigemmo a Valparaiso, una città della quale avevamo letto e sentito dire molto durante quelle prime due settimane in Chile.
Alternandoci alla guida coprimmo in fretta le quattro ore che ci separavano dalla nostra meta, curiosi di visitare questo famoso centro culturale del paese, casa di scrittori, musicisti, pittori, artisti di strada, così come di prostitute, viaggiatori e marinai.
All'arrivo parcheggiammo in centro e, dopo aver pranzato con delle classiche empanadas (l'unico cibo economico in Chile), chiedemmo informazioni sulla Laguna Verde, una località situata pochi chilometri fuori dalla città dove ci era stato detto si poteva piazzare la tenda (difficile farlo in città!).
In un mercatino parlammo con Francisco, un gentile rockettaro che aveva una bancarella di souvenir, e che abitava proprio a Laguna Verde. Il campeggio che lui ci consigliò lo trovammo dopo aver guidato per un bel pezzo, prima sulla stupenda strada asfaltata che usciva da Valparaiso e seguiva la costa e poi su una strada sterrata che, passando in mezzo ad una foresta di pini, ci portò dopo altri 20 km, al camping Las Gaviotas.
Il posto era bellissimo, immerso nella natura e a pochi metri dalla costa scogliosa che dava sull'oceano Pacifico. Questa volta non eravamo gli unici, ma con noi c'era un'altra coppia di chileni con delle mountain bike. Ci riposammo all'ombra dei pini, e dopo una cenetta con zuppe e formaggio, ovviamente accompagnata da un delizioso vino chileno, andammo a dormire presto per svegliarci l'indomani freschi per la visita a Valparaiso.
Il mattino successivo era il mio 29° compleanno. Ancora una volta iniziavo un nuovo anno in viaggio, in posti meravigliosi e con una voglia di scoprire che, esattamente come me, cresceva sempre di più!
Aprii la busta che i miei genitori mi avevano lasciato nello zaino esattamente per quel giorno, dove trovai un bellissimo biglietto di auguri, accompagnato da un dono che decisi di investire in una comoda serata in ostello con Mara. Grazie ancora mamma e papà!
Ci dirigemmo così in città per sistemarci nella Yellow House, un piccolo bed and breakfast gestito da una simpaticissima coppia di cileni. Il caso volle che, proprio quel giorno, tutta la loro famiglia era riunita per un pasto domenicale. Così, con questi due nuovi genitori ed almeno 10 sorelle appena acquisiti, festeggiammo il mio compleanno gustando ricche insalate di avocado, parlando dei nostri viaggi e della vita a Valparaiso, ridendo e cantando a squarciagola “Feliz cumpleanos”.
Nel pomeriggio iniziammo a camminare per le vie di Valparaiso, che si inerpicano per i "cerri" (colline) che salgono dalla costa. Ad ogni angolo incontravamo laboratori di artigiani e stilisti, murales bellissimi sulle facciate delle case, artisti di strada, fotografi, skaters e anche dei ragazzi con una slack-line sulla quale testai il mio equilibrio. Per fortuna era ancora con me, non era andato via insieme ai 28 anni!
Passammo ore a girovagare per la città senza una meta precisa, ma rimanendo affascinati da quel posto che certamente aveva un'energia particolare.
Incontrammo dei personaggi simpatici e interessanti, come un ragazzo cicciottello che lavorava in un negozio di tabacco e articoli per fumatori ed un altro con cui condividemmo un pezzo di torta in cima ad un ponte affacciato sulla baia di Valparaiso. Il primo, Gonzalo, aveva una compagnia teatrale, era attivo politicamente e ci parlò del forte spirito nazionalista cileno così come di quello rivoluzionario.
Il secondo, Martin, era un giovane scrittore e pittore che aveva deciso di non fare l'università e di imparare da autodidatta, facendo conoscenza con viaggiatori ed i intellettuali, assidui frequentatori del bar-caffè “filosofico” gestito da sua mamma.
La sera cenammo in un ristorante popolare del centro ordinando chorillada, un “leggero” piatto composto di un lettone di patatine fritte, ricoperto di carne cotta alla piastra e formaggio, brindando a quel giorno con troppi calici di vino cileno mentre dal juke-box suonava la mia selezione, "This is love" di Bob Marley!
Il giorno seguente fu l'ultimo sulla nostra macchina, che riportammo da Jesus a Santiago dopo averla ripulita al meglio dalla polvere e dallo sporco accumulato nelle due settimane di esplorazione del Nord del Chile. Con una lacrimuccia salutammo la Sparkina e con gli zaini in spalla visitammo ancora un po' la capitale, in attesa del bus serale che in 12 ore ci avrebbe portati a Puerto Montt, 1000 chilometri più a sud.
Decidemmo di dirigerci verso un grande mercato, chiamato Bio Bio, dove c'erano centinaia di bancarelle ed espositori di articoli di abbigliamento, per la casa, per la macchina, per i collezionisti e tanti altri che ci mandarono in crash il cervello.
Poi ci assalì la fame e ci buttammo all’ombra di un alberello, ai bordi del grande parcheggio che costeggiava il mercato, dov’era allestito un salottino trash: una grande, sporchissima poltrona, un paio di sgabelli improvvisati e qualche cono spartitraffico.
In un paio di minuti sopraggiunsero i padroni di “casa”: il piccolo Ivan, due occhioni azzurri in un viso paffutello di una decina d’anni, i suoi due cugini e lo zio Josè.
Tra una chiacchiera e l’altra, una corsa per riscuotere un pagamento, per saltare di nascosto sul cassone di un camion in movimento o per girovagare su una minuscola mountain bike, estraemmo dallo zaino fornello e pentolini per il solito "zuppa-pranzo".
Passammo due piacevoli ore assieme a questi inaspettati commensali, tra le bricconerie dei piccoli apprendisti parcheggiatori e le gentilezze del loro maestro, il vecchio zio Josè.
Ci offrirono di tutto, in particolare il tipico street-drink Mote con Huesillosos (bevanda con grano e succo di pesca), ma in versione teenager, corretto alla Coca-Cola.
Si parlava del loro sogno di diventare meccanici e del nostro di esplorare la natura cilena, si narravano storie di spaccio di armi e droga nei quartieri popolari di Santiago, di vagabondaggi per il mondo e vita torinese.
Un pranzo davvero speciale, con la gente del Cile sempre pronta a regalare affetto, emozioni e risate.
Lavammo le stoviglie nel ristorantino della moglie di Josè e con dispiacere li salutammo per andare a prendere la metro e arrivare in tempo alla stazione dei bus.
Lanciammo gli zaini nel bagagliaio del pullman e, una volta messi in salvo i due calici di vetro, souvenir alcolico della Valle del Elqui, ci sistemammo sui sedili semi-cama per partire in direzione Puerto Montt, alle porte della Patagonia!
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