C'è un luogo sulla Terra dove il tempo sembra essersi fermato e la spiritualità è densa quanto l'aria sottile d'alta quota. Benvenuti nel Circuito del Manaslu, un territorio himalayano intatto, dove le montagne non sono solo cime da conquistare, ma incarnazioni di divinità da venerare.
Il nome stesso, "Manaslu", deriva dal sanscrito e significa "intelletto" o "anima", rendendo questa vetta la vera "Montagna dello Spirito". Questo è un viaggio che non mette alla prova solo il corpo, ma che promette di toccare profondamente l'anima del viaggiatore.
Avventurarsi nel Manaslu e nella remota Valle di Tsum significa entrare in uno dei leggendari Beyul, valli mistiche e nascoste, consacrate nell'VIII secolo dal maestro buddista Padmasambhava affinché servissero come rifugi di pace e illuminazione. L'isolamento geografico ha preservato tradizioni che sembrano appartenere a epoche perdute, tanto che la valle è rimasta chiusa agli estranei fino al 2008.
Una delle caratteristiche più emozionanti di questo territorio è la rigorosa tradizione dello "Shyagya", un voto di non violenza assoluta adottato collettivamente dalla comunità sin dal 1920. In questa valle incontaminata è severamente vietato uccidere animali, cacciare e persino raccogliere il miele dagli alveari. È un santuario vivente dove l'uomo prospera in armonia con ogni forma di vita.
Tuttavia, le asprezze dell'alta montagna hanno forgiato usanze legate alla sopravvivenza altrettanto estreme. In queste zone isolate è storicamente praticata la poliandria, una forma di matrimonio in cui più fratelli sposano un'unica donna; un'usanza nata dalla necessità pragmatica di non frammentare le scarse e preziose terre coltivabili della famiglia tra più eredi. Inoltre, per onorare il ciclo della natura, alcune comunità conservano il rito delle "Sky Burials" (sepolture celesti), dove i corpi dei defunti non vengono sepolti o cremati, ma offerti ai sacri avvoltoi dell'Himalaya, in un atto finale di generosità ed ecologia che restituisce il corpo alla terra.
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I monasteri, o gompa, del Manaslu non sono reliquie storiche o silenziosi musei religiosi, ma il centro vivo e vibrante dell'intera vita comunitaria. Passeggiando per questi sentieri, l'aroma pungente dell'incenso al ginepro e il suono baritono dei grandi corni cerimoniali dungchen cullano e accolgono i viandanti prima ancora che gli edifici sacri appaiano all'orizzonte.
Sospeso a 3.180 metri di quota, il Ribung Gompa offre una delle viste più drammatiche di tutto il viaggio: siede orgoglioso su un promontorio roccioso mentre alle sue spalle si erge, immensa e minacciosa, la parete nord del Manaslu. All'alba, quando la prima luce dorata accende la neve e i monaci si muovono nei loro abiti rossi tra le mura imbiancate a calce, lo scenario è puramente surreale.
Questo monastero ospita un'antica e preziosa statua di Chenrezig (il Buddha della compassione) dotata di undici teste e mille braccia, e diviene il palcoscenico primaverile delle potenti danze "Cham", in cui monaci con maschere dipinte scacciano le forze oscure.

Ai piedi della montagna protettrice sorge poi il Pungyen Gompa (3.520 metri), l'istituzione monastica attiva più grande del circuito. Avere il privilegio di ascoltare le preghiere mattutine in questo luogo, con decine di monaci che intonano liturgie all'unisono in una fredda sala di pietra, provoca vibrazioni che rimbombano fisicamente nel petto, offrendo un'esperienza spirituale impossibile da dimenticare.
Spingendosi ancora più in alto, il concetto di solitudine prende forma nel Mu Gompa. Arroccato su un crinale a ben 4.000 metri di altitudine, dista sette ore di duro cammino dal villaggio più vicino, costringendo a rifornire la comunità unicamente tramite lunghe carovane di yak e cavalli. Questo monastero estremo è il rifugio perfetto per monaci anziani in profonda e silenziosa meditazione. Allo stesso modo, a circa 3.240 metri, si trova il Rachen Gompa, un remoto monastero femminile dove circa 80 monache hanno scelto una vita di coraggiosa rinuncia e preghiera costante, lontane dalle comodità essenziali come l'elettricità affidabile, ma avvolte dalle viste celestiali del Monte Langju.

Ma per molti escursionisti, l'incontro emotivamente più intenso avviene nel piccolo Monastero di Samdo, situato a 3.875 metri, a pochi chilometri dal confine tibetano. È l'ultima propaggine spirituale strutturata prima di dover sfidare il micidiale valico del Larkya La, a oltre 5.100 metri di altitudine. Sedersi soli nel suo cortile nel tardo pomeriggio, osservando i picchi innevati sfiorati dal vento, e accendere una semplice candela sull'altare per chiedere un passaggio sicuro, regala ai trekker il momento di assoluta e umile centratura prima di affrontare l'ignoto alle tre del mattino seguente.
Camminare sui sentieri del Manaslu, ascoltando il ruotare dei cilindri di preghiera e lasciandosi avvolgere dal silenzio interrotto solo dalle campane, significa compiere un vero e proprio pellegrinaggio tra cielo e terra.
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